Uno studio sfata il mito che le difficoltà nel ricordare le parole siano sempre segno di demenza. Le cause sono molteplici e, in alcuni casi, possono essere gestite con uno stile di vita più sano
Spesso ci capita: pensiamo a qualcosa e non riusciamo a ricordarne il nome, oppure usiamo inavvertitamente un termine sbagliato pur conoscendo bene quello più esatto. Una condizione che, un po’ per scherzo, un po’ per scongiurare, sdrammatizzandolo, un problema sempre più diffuso, si tende a giustificare con i primi segnali di una demenza senile.
In realtà, le origini di questo fenomeno solo in alcuni casi sono riconducibili a un inizio di vero e proprio deterioramento cerebrale. È una delle conclusioni a cui sono arrivati i ricercatori dell’University College London che hanno realizzato lo studio “Le reti cortico-ippocampali sono alla base della codifica della memoria verbale nell’epilessia del lobo temporale”.
I risultati della ricerca, il cui primo autore è il neurochirurgo italiano Giorgio Fiore, sono stati pubblicati in uno studio sulla rivista “Brain Communications”.
I tanti motivi che consentono alle parole di sfuggire
Logicamente, l’invecchiamento e la perdita di neuroni, fisiologica con l’aumento dell’età, sono le cause più comuni per le dimenticanze verbali. Quel che intendono suggerire gli studiosi è però che non va ritenuto così automatico il nesso tra questo fenomeno e la demenza, anche perché una delle conseguenze principali delle malattie neurodegenerative è la compromissione della capacità di formare nuove memorie nella corteccia cerebrale, senza incidere sui ricordi conservati nell’ippocampo. Possiamo dunque ricevere dal nostro cervello informazioni lessicali errate o carenti anche per una serie di motivi molto più ampia e non necessariamente correlata al declino mentale. Insieme alle conseguenze prodotte sul nostro organismo dall’età, allora, gli studiosi individuano anche lo stress, la disattenzione, la carenza di sonno, l’abuso di alcool, ma anche il multitasking: tutte condizioni che ostacolano la formazione di memorie robuste.
L’attività fisica, invece, può contribuire alla rigenerazione dei neuroni nell’ippocampo, una delle poche regioni del cervello che hanno questa capacità.
Dallo studio dell’epilessia a conclusioni generali
La comprensione di ciò che incide sull’organizzazione e il ricordo delle parole da parte del cervello è un corollario della ricerca appena pubblicata, che mirava a studiare il possibile collegamento di alcune aree cerebrali con l’efficienza della memoria verbale. Per arrivare a questo risultato, gli scienziati si sono concentrati in particolare su persone affette da epilessia, soffermandosi sulle variazioni delle singole parti del cervello legate alla malattia, anche se i meccanismi individuati risultano applicabili alla generalità delle persone. In particolare, il risultato più significativo è stato il superamento della precedente idea che vedeva solo l’ippocampo coinvolto nei processi di memorizzazione delle parole.
In realtà, invece, è stato evidenziato come la rete sia molto più complessa. E, al suo interno, un ruolo particolarmente importante viene svolto anche dalla corteccia cerebrale, all’interno della quale vengono conservati alcuni schemi di memoria, anche se non sempre ordinati, con conseguente mobilitazione quando cerchiamo un termine corretto da pronunciare.
Le possibili applicazioni pratiche della scoperta
Relativamente ai soggetti epilettici, è emerso, attraverso scansioni con risonanza magnetica ad alta risoluzione, un collegamento tra difficoltà di ricordare le parole e restringimento nella parte anteriore e laterale del cervello, formata da ippocampo e corteccia prefrontale, temporale e cingolata. Oltre ad effettuare la scelta della parola adatta tra quelle proposte dalla corteccia nei processi di richiamo della memoria, l’ippocampo governa dunque anche il processo di formazione di nuove memorie. Al tempo stesso, però, attraverso il “ponte” del cingolo si innesca un gioco di squadra con la corteccia, in particolare quella prefrontale, dove depositare i nuovi dati.
Conoscendo più approfonditamente questi meccanismi, secondo i ricercatori, sarà in futuro importante perfezionare i trattamenti neurochirurgici nei pazienti con epilessia, visto che attualmente la resezione del lobo temporale anteriore è associata a un declino della memoria verbale postoperatoria fino al 60% dei pazienti. Si può dunque pensare di evitare di danneggiare con l’intervento le parti del cervello fondamentali per il linguaggio e la memoria, puntando nel contempo a colpire specifici biomarcatori.
Alberto Minazzi