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Dazi Usa: Italia sotto pressione. A rischio l’export agroalimentare

Dazi Usa: Italia sotto pressione. A rischio l’export agroalimentare

I nuovi dazi al 20% colpiscono l’Italia, con previsioni allarmanti per il settore agroalimentare e il commercio con gli Stati Uniti. Il governo italiano si prepara a rispondere all’emergenza economica

Il fatto che la mazzata fosse attesa non ne rende meno pesanti le conseguenze, anzi.
La scure dei dazi sulle importazioni decisi dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump si è abbattuta sull’economia mondiale e anche l’Italia trema.
Perché le prime stime sull’impatto sull’export delle misure introdotte dall’amministrazione statunitense sono davvero preoccupanti, per alcuni nostri settori produttivi trainanti, a partire dall’agroalimentare.
Non a caso, la premier Giorgia Meloni ha annunciato ufficialmente l’annullamento degli impegni previsti oggi in agenda, così da poter concentrare la propria attività sulle azioni da intraprendere.

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la presidente del Consiglio Giorgia Meloni

I dazi di Donald Trump e l’impatto sull’agroalimentare italiano

L’attesa per l’annuncio dato ieri dal presidente Usa riguardava soprattutto la quantificazione dei dazi, con Trump che, alla fine, ha deciso di intervenire in maniera diversificata. Il presidente degli Stati Uniti ha così deciso di introdurre, applicandoli da sabato 5 aprile, dazi al 10% sui prodotti importati da tutti i Paesi in generale, alzando però l’asticella a seconda dei singoli casi.
Per l’Europa, Italia compresa, il dazio maggiorato, che in questo caso scatterà mercoledì 9 aprile, sarà così pari al 20%. Coldiretti ha calcolato che, per le tasche dei consumatori americani, questa misura comporterà rincari per complessivi 1,6 miliardi per i soli prodotti agroalimentari, innescando una reazione a catena che diminuirà le vendite, con conseguenti cali nel giro d’affari delle nostre imprese del settore e deprezzamento delle produzioni per eccesso di offerta.
Nel contempo, sottolineano i coltivatori diretti, si favoriranno però anche altre pratiche dannose, come il cosiddetto “italian sounding”, ovvero il commercio di prodotti che richiamano le nostre specialità tipiche solo nel nome, senza avere però le stesse caratteristiche, soprattutto dal punto di vista qualitativo.

Vino e Parmigiano Reggiano: reazioni diverse

A esprimere forti preoccupazioni in merito ai pesanti danni attesi sull’interscambio transatlantico è stata anche Federvini, ricordando che l’export verso gli Usa del solo comparto di vini, spiriti e aceti italiani vale oltre 2 miliardi di euro, con 40 mila imprese e oltre 450 mila lavoratori della filiera coinvolti.

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Red wine in wineglass on black background

“Ci siamo già passati, e sappiamo bene quanto possa costare: in passato queste misure ci hanno portato a perdere fino al 50% delle esportazioni verso gli Usa”, afferma Federvini, aggiungendo che dalle tavole dei consumatori statunitensi scompariranno molte etichette, non sostituibili da produzioni locali, mentre in Italia e in Europa si profila una grave crisi produttiva e occupazionale. Pur senza mostrare logicamente entusiasmo, il Consorzio Parmigiano Reggiano ha invece accolto meno drammaticamente l’annuncio dell’introduzione dei dazi. “Il Parmigiano Reggiano è un prodotto premium e l’aumento del prezzo non porta automaticamente ad una riduzione dei consumi”, è convinto il presidente, Nicola Bertinelli.
L’idea è allora quella di lavorare per sostenere la domanda sul mercato americano, che rappresenta il 22,5% dell’intero export di questo formaggio.

Confindustria Veneto: c’è spazio per una trattativa

A leggere la situazione è intervenuto anche il presidente di Confindustria Veneto, Raffaele Boscaini: “È andata come, in fondo, ci aspettavamo: dazi al 200% non erano pensabili, al 10% non sarebbero stati problematici, al 20% sono strumentali ad intavolare una trattativa. Gli effetti concreti dipenderanno dalla reazione dell’Europa che si è detta pronta a reagire ma al tempo stesso ha aperto a una mediazione”, ha affermato, aggiungendo di vedere “per l’Europa il rischio di una riduzione del valore unitario delle esportazioni, in quanto è possibile che sfogherà il proprio surplus commerciale in altri mercati di sbocco abbassando i prezzi”.

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Raffaele Boscaini_Presidente Confindustria Veneto

Così, in linea con le proposte del presidente nazionale di Confindustria, Emanuele Orsini, Boscaini ha invitato a non fare “scelte sulla spinta dell’emotività”, pensando piuttosto a valutare “le iniziative più opportune per le imprese come, ad esempio, l’eliminazione delle barriere interne, il sostegno ai settori più colpiti, una spinta agli investimenti e, prioritario, il taglio del costo dell’energia“. “Molte simulazioni – conclude – evidenziano come una ritorsione da parte dell’Ue quasi raddoppierebbe gli effetti negativi in termini di riduzione del Pil e aumento dell’inflazione. Il nostro sistema produttivo è una macchina ben oliata, dobbiamo e possiamo superare questi ostacoli”.

L’export italiano negli Usa

Già prima dell’annuncio di Trump, nel nostro Paese si era provato a fare il punto della situazione per provare a calcolare cosa avrebbe comportato l’introduzione dei dazi. I dati dell’Osservatorio economico sui mercati esteri del Governo indicano che, nel 2024, le esportazioni italiane negli Usa hanno superato i 64 miliardi di euro. E l’Istat aveva individuato come più vulnerabili circa 3.300 aziende attive nella produzione e vendita di prodotti farmaceutici, prodotti meccanici come turboreattori e turbopropulsori, gioielleria, cibo, vino, olio e mobili.
Il Centro studi di Confindustria ha poi ricordato che i settori maggiormente interessati percentualmente dall’export verso gli Stati Uniti sono quelli delle bevande (finisce negli Usa il 39% del totale delle merci vendute all’estero), della farmaceutica (30,7%), dell’automotive (30,7%) e degli altri mezzi di trasporto (34%). Ipotizzando, correttamente, un dazio al 20%, Svimez, l’associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, aveva inoltre ipotizzato nei mesi scorsi perdite di esportazioni del -16,4% per l’agroalimentare e del -13,6% per la farmaceutica, calcolando anche un calo del pil di 3,8 miliardi di euro e una perdita di oltre 53 mila posti di lavoro.

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L’impatto dei dazi sulle borse

Come sempre, le prime a reagire all’introduzione di una misura di politica economica sono state intanto le borse, con cali generalizzati sugli indici, dollaro in discesa, così come il prezzo del petrolio, mentre è schizzato in alto il prezzo dell’oro e si è registrato anche un aumento dello spread.
L’introduzione dei dazi statunitensi costringerà nelle prossime settimane a rivedere le stime sull’economia globale e dei singoli Paesi, con il timore degli economisti che si possa arrivare a una recessione generalizzata. Iniziano intanto ad arrivare anche le prime analisi indipendenti dell’impatto economico: Exiger ha stimato in 600 miliardi di dollari il valore complessivo delle nuove tariffe, Citigroup in 700 miliardi, Capital Economics sale fino a 800.

Alberto Minazzi

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Tag:  dazi, export, trump, Usa