Uno studio italiano evidenzia come queste sostanze danneggino le cellule dello scheletro modificando i livelli di calcio
Mentre su tutto il territorio italiano cresce la coscienza del problema, le conseguenze prodotte dall’inquinamento ambientale da Pfas sul corpo di chi vi è esposto sono un tema che, ormai, riguarda tutto il mondo industrializzato.
Nelle ultime settimane, per esempio, è rimbalzata dal Regno Unito l’inquietante notizia, riportata dalla Bbc, che documentava la presenza di Pfas in almeno quattro spray agricoli utilizzati nelle colture di patate dell’isola del Jersey.
Già a luglio 2024, del resto, uno studio pubblicato sulla rivista “Environmental Health Perspectives” aveva documentato come i prodotti antiparassitari possono contenere fino al 14% di sostanze chimiche rientranti nella definizione di Pfas.
I rischi per l’uomo, insomma, possono arrivare anche dall’agricoltura, oltre che dall’industria, come si è verificato nel noto caso degli sversamenti decennali di Pfas nei corsi d’acqua da parte della fabbrica Miteni, nel Vicentino.
Una vicenda che, al di là degli strascichi legali, ha dato impulso agli investimenti nella ricerca per verificare i possibili impatti sulla salute pubblica. E proprio uno di questi studi ha adesso individuato l’impatto di queste sostanze sulle nostre ossa.
I Pfas che modificano i livelli di calcio nel corpo
Il lavoro, finanziato dalla Regione Veneto e condotto dall’Università di Padova e dall’Ospedale di Vicenza, si è incentrato sull’analisi dei dati di 1.174 persone tra 20 e 69 anni residenti nell’“area rossa” interessata dalla contaminazione, che avevano aderito al Piano di sorveglianza regionale per i livelli plasmatici di Pfas.
Partendo da campioni di sangue, gli studiosi hanno determinato le concentrazioni sieriche di Pfas, calcio, vitamina D e Pth (l’ormone prodotto dalla tiroide che regola la quantità di calcio circolante nel sangue). E sono arrivati a risultati, appena pubblicati sulla rivista “Chemosphere”, che confermano l’allerta per la salute pubblica.
I ricercatori, al termine degli esperimenti durati 4 anni, hanno infatti notato che l’esposizione prolungata ai Pfas è in grado di alterare il metabolismo osseo, modificando i livelli di calcio indipendentemente dallo stile di vita e dai fattori dietetici.
Inoltre è risultata sufficiente, per provocare conseguenze, l’esposizione a Pfas a bassa concentrazione.
Giovani vecchi
“Una delle più frequenti manifestazioni cliniche riscontrate in soggetti esposti – illustra Carlo Foresta, coordinatore dello studio, che ha coinvolto anche ricercatori napoletani – è l’osteoporosi”. Una maggior fragilità dell’osso, tipica dell’invecchiamento, che, spiega Foresta, a causa dell’esposizione a Pfas “si può già manifestare in giovane età”.
I Pfas, in altri termini, riducono la densità dell’osso, come precedenti studi dello stesso Foresta avevano già rilevato in 18enni dell’area rossa. Un effetto che era stato spiegato attraverso la dimostrazione dell’attività negativa svolta dai Pfas sul recettore della vitamina D e del deposito di queste sostanze nella principale componente inorganica dello scheletro.
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L’azione diretta dei Pfas sulle ossa
L’associazione Pfas-osteoporosi era dunque già nota e dimostrata a livello internazionale. La novità, sottolinea Foresta, consiste nell’aver dimostrato che il collegamento “non è tanto mediato da una riduzione di vitamina D, quanto da un’azione diretta dei Pfas sull’osso con conseguente liberazione di calcio”. I Pfas, cioè, danneggiano le cellule dello scheletro.
“Un aumento del calcio circolante – aggiunge Andrea Di Nisio, primo autore dello studio – può essere dovuto a un aumentato assorbimento intestinale mediato dalla vitamina D, a un aumento del paratormone, oppure a un maggior rilascio di calcio dai siti di deposito. E il più grande deposito di calcio del corpo umano è proprio lo scheletro”.
Le analisi stratificate hanno confermato l’associazione positiva tra tutti i Pfas considerati (Pfoa, Pfos e Pfhxs) e il calcio sierico nei soggetti che non assumevano integratori di vitamina D, così come tra concentrazioni elevate di Pfas e livelli di calcio sierico aumentati. Una relazione che, invece, non è stata riscontrata tra queste sostanze e la vitamina D o il Pth.
“Poiché nel nostro studio vitamina D e paratormone – riprende Di Nisio – non sono modificati, i nostri risultati dimostrano che l’aumento di calcio, anche se ancora entro il range di normalità, può essere segno di un’interferenza di queste sostanze a livello dell’osso, dove i Pfas si accumulano in abbondanza, inducendo un aumento dell’attività degli osteoclasti”.
I Pfas, cioè, intervengono sulle cellule dello scheletro deputate al riassorbimento di tessuto osseo, con conseguente liberazione di calcio e riduzione della densità dell’osso. “I risultati – conclude Foresta – ci spingono a riflettere su come un’esposizione prolungata a Pfas, anche se invisibile, possa avere ripercussioni sulla salute a lungo termine”.
Alberto Minazzi